Sulle tracce del Fiano a Summonte

10 Mag Sulle tracce del Fiano a Summonte


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Visita all’azienda di Ciro Picariello

Sin dall’epoca classica i vini campani hanno rappresentato, ad opinione comune di tutti gli storici, il meglio della produzione di tutto il mondo allora conosciuto ed in questo ampio ed interessante panorama, uno dei vini che merita a buona ragione di figurare accanto ai più grandi prodotti dell’enologia mondiale è il Fiano di Avellino. Orgoglio dei produttori campani che, mantenendo la millenaria tradizione vitivinicola locale, hanno il merito di aver preservato il patrimonio varietale autoctono, unico ed irripetibile, regalandoci ancora oggi la produzione di vini inimitabili ed originali.

Su queste premesse è necessaria una digressione storica perché come tutti i nobili che si rispettino, il Fiano ha antichissime origini che danno lustro alla sua fama.

La base ampelografia del vino a D.O.C.G. Fiano di Avellino è caratterizzata essenzialmente dall’antica varietà Fiano in purezza e per una percentuale massima del 15%, secondo disciplinare, sono ammesse altre uve. Inoltre, non è un caso che il disciplinare ammetta la menzione APIANUM (definita classica), in quanto secondo accostamenti accreditati in un remoto passato (Columella, Plinio) le antenate del Fiano sarebbero le uve apianae, quelle uve di cui andavano ghiotte le api.

In realtà è più verosimile ipotizzare, secondo recenti analisi più critiche del passato, che il termine Fiano derivi da un toponimo, cosa che ci fa riscoprire il fascino di origini leggendarie legate a colonizzazioni derivanti da popoli provenienti da zone con civiltà più raffinate ed evolute. La tesi più accreditata afferma che siano stati i coloni pelasgii provenienti dal Peloponneso – l’antica Apia – a portare in Campania un vitigno che in seguito prese il nome di vite apiana.

Considerato fin dall’antichità uno dei vitigni più nobili e richiesti della Campania, lo ritroviamo citato nei registri di acquisto della corte di Federico II e in un’ordinanza del re di Sicilia Carlo II d’Angiò, in entrambi i casi, il Fiano era considerato un vitigno che non poteva mancare nel patrimonio vitivinicolo reale, consolidando così la sua fama ed il suo prestigio nei banchetti dei nobili.

Ritornando al disciplinare, la zona di produzione della D.O.C.G. comprende 26 comuni nella provincia dell’antica Abellum; ma la culla del Fiano pare sia stata Lapio (l’antica Apia, in ricordo della terra d’origine dei coloni pelasgii), piccolo comune poggiato sulle sinuose colline dell’Irpinia a 600 metri sul livello del mare.

La capillare colonizzazione del territorio da parte del vitigno è la storia di un equilibrio simbiotico, di un’armonia quasi divina, nata tra il Fiano e l’Irpinia che un’analisi empirica coglie senza ombra di equivoco nell’assaggio di un bianco di grande finezza olfattiva i cui principali descrittori sono: mela, pera, nocciola e miele, aromi preservati da sapienti produttori nel faticoso cammino dell’acino dalla vigna al calice grazie alla grande cura nel raccogliere e vinificare le uve sane ed incorrotte.

Il Fiano, vitigno nobile accolto con tutti gli onori dalla “generosa” e “riconoscente” Irpinia ha resistito all’invasione di varietà di altra provenienza che promettevano quantità elevante a patto di una omologazione nel gusto con conseguente perdita di tipicità, decisamente più facili da vinificare ma inidonee ad esprimere con la stessa carica seduttiva del Fiano le potenzialità del territorio.

Irpinia e Fiano un binomio consolidato e vincente grazie alla lungimiranza e tenacia di quei produttori che non si sono lasciati abbagliare dal facile profitto e nella selezione dei vitigni da coltivare hanno riconosciuto un ruolo principe alle varietà autoctone ricercando la qualità organolettica senza compromesso alcuno.

Capire il Fiano è capire l’Irpinia, il suo irripetibile ed unico ambiente pedoclimatico.

Leggere tra le vigne lo straordinario processo di adattamento che il vitigno ha saputo avviare richiede una sensibilità non comune e non è semplice, né intuitivo quanto questo territorio, particolarmente vocato, sia stato in grado di plasmare il vitigno e metterlo nelle condizioni più idonee per poter prendere tutto il meglio e racchiuderlo in bottiglia. Non vanno di certo trascurate alcune caratteristiche del vitigno come la capacità di germoglia mento medio-tardiva che rende “immune” il Fiano ai ritorni di gelo delle primavere pigre che stentano a risvegliare il sole dopo il rigoroso inverno irpino; d’altro canto le escursioni termiche che caratterizzano il territorio aiutano sicuramente il vitigno a concentrare tutta la sua ricchezza aromatica ed a trasformarla in un bagaglio raffinato, ricco e polposo che regala emozioni di grande eleganza e finezza.

La strada più indicata da percorrere per questo viaggio sensoriale è quella di visitare diversi produttori e lasciarsi guidare dall’istinto del momento nel cogliere le sfumature che ciascuno nel proprio processo di vinificazione riesce a esaltare del Fiano.

La nostra tappa è Summonte da Ciro Picariello. Nell’attesa di una nostra esperienza personale partiamo da un passaggio del blog di Luciano Pignataro, che ci ha preceduti e che descrive un modo di essere che rappresenta il valore fondante di un sistema di vita che caratterizza questo territorio: l”Irpinitudine

La cantina nasce nel 2004 con la prima vinificazione in proprio delle uve di Summonte. Successivamente si aggiungono le uve di Montefredane e la collaborazione dei due figli di Ciro e Rita, Bruno, che frequenta il corso di studio universitario in Enologia ad Avellino, ed Emma che è impegnata in Biotecnologie Alimentari a Caserta. Per capire appieno la storia di Ciro e della sua famiglia, bisogna compenetrarsi nell’essenza dell’irpinitudine contadina. La filosofia di vita di generazioni passate, tutta improntata al rigore morale ed economico, alla pulizia , all’ordine e quindi alla “sistematezza”.  Una sola parola che in Irpinia condensa un sistema di vita identificante la dignità di un gruppo familiare. Perciò, visitare la cantina di Rita e Ciro e passeggiare nelle loro vigne, buttando l’occhio qua e là per percepire l’impegno e la ratio di ogni piccolo intervento, è sempre un’ esperienza totalizzante. Colpisce il fatto che lì niente è casuale, tutto è voluto e curato nei minimi particolari, magari alcune cose sarebbero anche da discutere (i colori dei cornicioni, vero Rita?:-), ma quello che conta è la grande serietà nell’affrontare il proprio lavoro. Tanto grande da far  meritare a Ciro l’appellativo di “uomo che tinge le unghie alle formiche”.

Una cosa è certa che il Fiano da solo vale un giro in queste dolcissime colline, ma se il Fiano è un nobile vino, il territorio nelle cui vene scorre una tale nobile linfa, venuta da lontano, non è certo da meno sotto tanti altri aspetti di carattere storico, artistico e culturale.

Nei 26 comuni indicati dal disciplinare è possibile cogliere tutta la ricchezza di questo patrimonio tra natura, arte, storia, sapori, odori e tradizioni.

Questo territorio è un contenitore con una miriade di memorie stratificate in secoli di accadimenti dove la religiosità popolare si esprime con grandi abbazie, come quella di Montevergine, monumento alla fede ricco di storia e semplici chiese o semplici cappelle disseminate ovunque in cui si sono addensati opere d’arte e manufatti artistici di notevole interesse come a Monocalzati, Atripalda, San Michele di Serino. A Mercogliano, la ricca biblioteca dell’abbazia da sola merita una visita.

La religiosità popolare, vissuta con grande intensità in Irpinia, ispira i quadri sacri delle rappresentazioni della Settimana Santa a Lapio, e la “juta” il pellegrinaggio a piedi a Montevergine che partiva da Ospedaletto d’Alpinolo.

Forino, Summonte e Contrada sono contraltare di tanto profondo sentire con la traccia multicolore del Carnevale.

Potere spirituale e potere temporale, tantissimi i castelli, storie di conquiste e poteri assoluti disseminati sulle alture che dominano il paesaggio lussureggiate di vegetazione a Monteforte Irpino, Forino, Grottolella, Montefalcione, Montefredane.

In questo panorama così variegato in ultimo, ma non certo per importanza, l’antica Abellum – Avellino – colonia nata al tempo di Silla, teatro delle sanguinose lotte tra Goti e Bizantini che si contendevano il territorio all’ombra del Monte Partenio. Il suo Museo Provinciale Irpino ricco di prezioso testimonianze che la furia della natura, con terremoti e calamità, non è riuscita a cancellare.

A cura di Désirée Piccoli