Da Neil Young al Castello di Verduno

18 Set Da Neil Young al Castello di Verduno


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Le Langhe…….un giardino meraviglioso, esteso su colline e modulato da vigne…..il tutto……a perdita d’occhio. E ormai lontano il ricordo della Resistenza, che in questi luoghi divenne “leggenda”. Oggi resta il meraviglioso quadro bucolico e la perfetta fusione tra l’uomo e la natura che trova nel vino la sua massima espressione.

“E tutt’e quattro tacquero, dipingendosi in mente la sua pacifica riva, nella sua pacifica nudità preinvernale, le sue pacifiche acque, nella loro pacifica nudità preinvernale, le sue pacifiche acque nella loro pacifica preinvernale crudezza, pacifico doveva suonar l’angelus dalle sequestrate parrocchie sull’altra pacifica riva, e doveva pur esserci, lontano dalla riva e dalle strade, una pacifica fattoria, con gente pacifica e leggermente ottusa, che gli facesse un cristiano cenno di arrampicarsi sul fienile e lassù avvilupparsi tutti in un pacifico santuario di fieno, con appena un piccolissimo tunnel per il respiro”. (Beppe Fenoglio – Il Partigiano Johnny)

La spedizione  nelle Langhe ha come campo base Bene Vagienna, ed in particolare il B&B “il Forno”, situato in località Podio. Di antiche origini, la fondazione di  Bene Vagienna viene fatta risalire alla presenza dei Bagienni (autoctoni liguri) nell’area. Sotto i romani viene classificata con lo status di colonia – oppidum, ed acquisisce il nome di Augusta Bagiennorum. La persistenza del nucleo urbano, sebbene con fisiologiche contrazioni, è riscontrabile ancora in epoca tardo imperiale e paleocristiana; ed in particolare, nelle fasi edilizie, (I – IV secolo) di un tempio ad alto podio e di una basilica paleocristiana triabsidata, di V – VI secolo.

Il soggiorno piemontese ha come obiettivo il Collisioni Festival, (il concerto di Neil Young)  e la visita presso due aziende (Castello di Verduno e Giacomo Borgogno), note per la produzione di Barolo e Barbaresco.

Il “Loner” canadese si esibisce, come detto, nell’ambito dell’interessantissimo Collisioni Festival, da qualche anno, grazie al patrocinio di diverse aziende della zona, nonché delle istituzioni regionale, provinciale e comunale, sta riscuotendo un notevole successo e chiamando a raccolta cultori e semplici fans, attratti anche dalla possibilità di vagare per le vigne alla ricerca del vino “perfetto”.

Il concerto, nonostante l’iniziale diluvio abbattutosi su Barolo, è intenso, con lo “Zio” Neil a guidare le chilometriche cavalcate elettriche dei suoi Crazy Horse (nell’occasione orfani di Billy Talbot). La scaletta, diranno i più, non ha soddisfatto in pieno i fans meno accaniti dell’artista canadese, quelli che erano accorsi a Barolo nella speranza di ascoltare solo i grandi classici. La tracklist, infatti, ha reso omaggio agli “hardest fans”, quelli che seguirebbero Young anche in capo al mondo (ed in effetti Barolo ha una collocazione geografica piuttosto particolare), a prescindere dal repertorio eseguito. Non sono mancate, comunque canzoni celebri come Heart of Gold, Cortez the Killer e Rockin’ in the free World

CASTELLO DI VERDUNO: ALLA SCOPERTA DEI “ROMEO E GIULIETTA” DEL VINO DI LANGA

“All’assalto” del Castello di Verduno, alla maniera di un manipolo di soldati di ventura, se non fosse che il “loco ameno”, protagonista di questa storia, non ha affatto i lineamenti di una fortezza medievale.

L’edificio, che oggi ospita le cantine, un albergo/ristorante e un agriturismo,  è situato nel paese di Verduno, un tranquillo agglomerato di case adagiato su una collina a 400 metri s.l.m. A valle, alla sinistra del Paese, scorre il fiume Tanaro, al di là del quale si estende l’areale DOCG del Roero; alla destra della collina si può scorgere il paesaggio delle Langhe, che dalla zona del Barbaresco, passando per Alba, giunge fino a Barolo.

È una mattina assolata, con il cielo puntellato da qualche nuvola; bussiamo alla porta della cantina e ad accoglierci, con il sorriso di chi ha la certezza di fare il lavoro più bello del mondo, arriva Marcella.

Ci invita ad entrare, è desiderosa di mostrarci con orgoglio, che non fatica a definire campanilistico, il suo mondo.

Ed è una storia, quella della famiglia Burlotto/Bianco, che parte da lontano; è la storia dei “Romeo e Giulietta” del vino di Langa.

La famiglia Cerrato fonda il castello nel 1500. Più tardi, nel  1631, con il trattato di Cherasco, il Castello e le sue pertinenze passano sotto la giurisdizione di Casa Savoia, i cui esponenti, ne ratificano la vendita alla famiglia Rachis di Racconigi, nel 1633.

Nel 1838, l’edificio ritorna nelle mani dei Savoia, riacquistato da Carlo Alberto. Quest’ultimo affida la gestione della produzione vitivinicola nelle esperte mani del Generale Carlo Staglieno, famoso enologo del tempo. Ci racconta Marcella, che dalle prime sperimentazioni sul Nebbiolo, basate sui suggerimenti di Giulia Faletti Colbert,  si gettano le basi per la produzione dell’odierno Barolo.

La famiglia Burlotto entra in possesso del Castello di Verduno, nel 1909.

Marcella, ci indica una pianta topografica delle Langhe, mostrandoci gli areali di produzione del Barolo, dove c’è anche Verduno, e del Barbaresco. Ci racconta che l’azienda produce  sia il Barolo che il Barbaresco, grazie all’unione di Gabriella Burlotto e Franco Bianco, i suoi genitori. Franco rappresenta la quarta generazione produttrice di Barbaresco, della famiglia Bianco.

Come “Romeo e Giulietta” dunque??  solo che qui i Montecchi e i Capuleti sono il Barolo e il Barbaresco …… Marcella sorride, annuendo con una certa fierezza. Ci racconta anche, che grazie ad una deroga di fine anni 80, la sua azienda può vinificare il Barolo, nelle strutture della zona di Barbaresco.

Le chiediamo se avessero mai pensato di estendersi anche alla zona del Roero? Marcella risponde sorridendo: “Nooo……quelli lì sono d’al di là del fiume!!”  Dio salvi il campanilismo tutto italiano……

Intanto mentre parliamo,  un anziano signore fa il suo ingresso nei locali, dove prima c’eravamo solo noi con Marcella. Nell’attraversare la sala ci fa un timido cenno con la mano, prima di mettersi a lavoro, al banco del confezionamento delle bottiglie.

Per qualche minuto, mentre parliamo, i nostri occhi curiosi indugiano sull’anziano signore. A questo punto, Marcella con immenso orgoglio lo chiama a se: “Papà, vieni….. i signori sono di Napoli!!!”.

Franco, a passo svelto, ci raggiunge e la sua timidezza si dissolve in un sorriso e in una vigorosa stretta di mano. Senza indugio, ricorda i suoi trascorsi ischitani e, da uomo di vino, tesse le lodi del Biancolella. Marcella e Franco sono due perfetti ospiti. Franco ci racconta del suo rapporto con il vino: “Bevo quasi una bottiglia al giorno!!”.

La bottaia del castello è molto piccola, Marcella ci dice che la struttura di Verduno è deputata all’accoglienza dei visitatori e alla vendita al dettaglio.

Prima della degustazione,  ci fa un rapido excursus sull’areale di produzione dell’azienda e sulla collocazione topografica delle vigne. Nell’area di Verduno, posseggono vigne in località Olmi e Massara, da dove provengono le uve per la produzione del Verduno Basadone (dall’autoctono e interessantissimo Pelaverga) e del Barolo “vigna Massara”. Queste due aree sono poste a circa 260 mt. s.l.m. con terreni calcarei – argillosi e un’esposizione E – S/E. Marcella ama dilungarsi nei particolari, e quasi previene ogni nostra domanda; descrive le peculiarità di quest’area, definendola diversa dalla zona Sud della DOCG Barolo, dove i terreni donano maggiore rotondità al vino. Nei dintorni di Verduno, i terreni, con forte matrice calcarea, regalano maggiore freschezza ai vini. Dalla collina di Monvigliero, altro possedimento dell’azienda, ad una quota di 280 mt. s.l.m. con esposizione a Sud, provengono le uve per  il Barolo Monvigliero Riserva. Nell’area di Barbaresco, l’azienda coltiva Dolcetto, Barbera e Nebbiolo. Dalla vigna Campot provengono le uve per la produzione di Dolcetto.  Il nome Campot deriva dalla felice esposizione, che in dialetto piemontese si è soliti riconoscere ai vigneti situati nella parte alta delle colline, dove il terreno ben drenato ed esposto ai raggi del sole mattutino permette di ottenere un vino ricco di pigmenti e note odorose. Dalla “Vigna Bricco del Cuculo”, in località Faset,  provengono le uve per il Barbera d’Alba “bricco del Cuculo”. Per finire il Barbaresco viene prodotto in 3 versioni, quella base e le “cru” Faset e Rabaja Riserva, quest’ultimo prodotto con uve provenienti da vigne poste a 200 mt. s.l.m.

In degustazione, Marcella ci propone il Barolo di Vigna Massara, il Barbaresco base e il cru Rabaja. Vini che denotano un’ottima struttura e nonostante la loro “giovane età”, rispetto al potenziale d’invecchiamento, esprimono già un’ottima complessità olfattiva. Il Rabaja 2008, in particolare, è figlio di una vendemmia resa complicata da abbondanti piogge nel periodo primaverile, ed in particolare a Maggio. Il colore esprime chiare evidenze granata. All’olfatto è intenso e propone note di frutti rossi, lamponi in particolar modo, e toni erbacei accompagnati da elementi floreali. Il tannino esprime eleganza ma non una piena rotondità, che immaginiamo possa arrivare con il tempo e l’affinamento. Il finale è ricco, lungo, persistente.

Conclusa la degustazione, tra sorrisi e strette di mano, Marcella ci strappa la promessa di accoglierla a Napoli quanto prima e magari, in quell’occasione brinderemo con un gustoso bicchiere di Biancolella.

A cura di Antonio Russo