La Terra dei Vini: viaggio alle pendici del Vesuvio, Casa Setaro

09 Mar La Terra dei Vini: viaggio alle pendici del Vesuvio, Casa Setaro


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La Terra dei Vini: viaggio alle pendici del Vesuvio
( Casa Setaro – Prima tappa )

Quest’anno sembra proprio che i rigori invernali non ci vogliano abbandonare ma, nonostante il vento freddo, sentiamo impellente la necessità di torniamo a “discettare” parlando di ambiente, di territorio, di varietà di viti, di tradizione, raccontando di un “terroir” – sintesi d’oltralpe di un “tutto” che noi preferiamo menzionare ad uno ad uno per non scontentare nessuno, in una sorta di par condicio letteraria, (ndr.)

Partiamo alla volta di un pezzetto di paradiso adagiato sull'”inferno” decantato da “Discettatori” del calibro di Plinio il Vecchio, Catone, Columella, Marziale, Curzio Malaparte per citarne solo alcuni…Ci sentiamo presuntuosamente orgogliosi della nostra appartenenza e delle nostre radici, ma si tratta, appunto, di pavoneggiarsi di un qualcosa di indefinibile, un “miracolo”, un dono divino che rende questo territorio vocato alla produzione di qualità il cui contributo umano è minimo, ma su una cosa possiamo autenticamente apporre il nostro “sigillo” e cioè sull’essere testimoni oculari (oltre che gustativi…) dalla passione che gli operatori del settore, a cominciare dai contadini per finire ai produttori dei vini, nutrono per la propria terra e per le loro origini.

Ed ancora una volta invitiamo tutti, ma proprio tutti, a non fidarsi di noi e ad andare di persona a vedere ed “assaggiare” un territorio unico al mondo (per essere modesti, ma noi diremmo nell’Universo…e aspettiamo che da altri mondi arrivi la smentita!!!!).

L’«Ambrosia del cielo», che oggi condividiamo con tutto il mondo e che tutto il mondo ci invidia, nasce in un territorio altamente vocato, situato principalmente in collina e che comprende i comuni che si trovano alle pendici del Vesuvio, l’area è vasta, l’apposito disciplinare ne delimita i contorni ma la nostra prima tappa è nella vigna “vecchia” di Casa Setaro, due ettari di terreno, posti in posizione privilegiata, sul versante che guarda il mare nell’Alto Tirone, proprio nella Riserva Naturale Tirone-Alto Vesuvio. Questo territorio è espressione della volontà di Massimo Setaro di mantenere in vita il patrimonio di conoscenze e vitigni tramandatogli dai genitori.  Salta subito all’occhio la disposizione dei filari che corrono lungo la pendenza con la tecnica del rittochino, una particolarità non sempre attuabile perché necessita di terreni molto stabili e qui è possibile poiché il versante è più dolce rispetto agli altri dove invece i terrazzamenti sono ortogonali alla pendenza

Massimo ci accoglie in vigna, in una giornata assolata, ventosa, ci fa da Cicerone tra le sue vigne, gli è talmente familiare il territorio che si instaura l’atmosfera amichevole e confidenziale che in genere nasce nel salotto di casa propria. Calpestiamo pietre di lava nere, ciottoli di lapilli nei quali i piedi scivolano ed affondano in uno strato molto leggero e superficiale che caratterizza l’intera aerea e che giustifica il fatto che venga chiamata “terra nera”,  ma sotto, se le viti riescono ad affondare le radici in profondità –  dice Massimo  “c’è un terreno pozzolanico che dona alla vite salute e vigoria e la protegge dall’attacco della fillossera”, cosa non trascurabile perché permette la riproduzione dei vigneti mediante la propaggine e la talea, tecniche che consentono la conservazione del piede franco, garantendo la sopravvivenza dei vitigni autoctoni. La propaggine si attua incurvando verso il terreno il ramo prescelto e sotterrandolo per un buon tratto con terriccio fresco e leggero, asportando un anello di corteccia sotto un nodo per facilitare la formazione di un callo cicatriziale da cui si svilupperanno le radici. Dopo un po’ di tempo si potrà separare il ramo dalla pianta madre che fino a quel punto lo aveva assistito nella nutrizione e poi anche trapiantarlo. Della talea invece vediamo un esempio pratico: “è importante specializzare le aree” continua Massimo e ci mostra una vite di Piedirosso innestata con Aglianico, l’innesto è a spacco mediante una  incisione nel tronco, il ramo viene fatto a cuneo e si inserisce nel tronco, viene stretto ed isolato e poi per tenerlo umido viene usato un sacchetto che viene riempito di terreno in modo da proteggere il punto di incontro tra le due viti che nel frattempo andranno ad interagire in un ambiente “protetto”.  

Massimo Setaro è uno dei nostri, crede nell’importanza di produrre un vino di qualità che rispecchi le caratteristiche del territorio e le esprima al meglio mediante l’utilizzo di vitigni autoctoni in grado di riassumere e restituire in un sorso tutta la forza espressiva della mineralità, in ogni sua sfaccettatura, ed autenticità che un terreno vulcanico investito dalla brezza marina può regalare con generosità e munificenza. Il “buon vino si fa in vigna” è questa la frase che Massimo ripete a più riprese e con convinzione, poi in cantina bisogna controllare le temperatura gestendo il ciclo del freddo ma tutto inizia in vigna con idonee tecniche colturali, rispettando le caratteristiche dei vitigni e non sforzando le piante a fini quantitativi ma puntando alla qualità ed all’autenticità. Vitigni internazionali ne sono passati, merlot, cabernet, dando rese maggiori ma snaturando di fatto il patrimonio ampelografico che il territorio offre, ecco dunque la lungimiranza e il voler portare nel futuro tutto ciò che appartiene a questa terra e non solo il territorio in quanto tale…

E parlando di autenticità, piede franco e vitigni autoctoni, tra i filari viene sollevato e chiarito grazie all’intervento di Franco De Luca, Delegato Ais Comuni Vesuviani, l’equivoco che per anni ha portato a confondere il Caprettone con il Coda di Volpe. Fuorviati dalla somiglianza e dalla analoga funzione assolta dai due vitigni (venivano, infatti, utilizzati in uvaggio assieme alla Falanghina, per aggiungere corpo e struttura alla carica elegante del suo bouquet). La Coda di Volpe sul Vesuvio non c’è se non in piccolissime aree per intervento di imprenditori che volutamente l’hanno portata qui piantandola ex novo.

L'”incursione” nelle vigne di Casa Setaro avrebbe potuto proseguire poiché Massimo ci parla di più appezzamenti, tutti all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio. L’altro vigneto si trova in località Bosco del Monaco, più a valle. Rispetto ai vigneti dell’Alto Tirone, qui i terreni sono sempre scuri ma più pesanti. Qui crescono vecchie viti, allevate con il tradizionale sistema della pergola vesuviana.

Andando in cantina entriamo nella villetta di Massimo che nella corte anteriore ha un piccolo appezzamento di terreno con filari di vigne che consentono di farsi un’idea di tutto ciò che ruota intorno a quest’azienda, vigne ovunque insomma, a testimonianza del valore e dell’ importanza data al territorio, alla vigna piuttosto che alla cantina; un piccolo appezzamento che offre agli enoturisti “mordi e fuggi” un seppur limitato contatto con la vigna ma che permette a Massimo di non lasciarsi sopraffare dalla pretesa di un mercato poco attento al territorio.

In cantina ci attende la degustazione e nonostante fossero già stati predisposti tavoli apparecchiati con cura troviamo il modo di irrompere con la nostra “ingombrante e chiassosa” presenza e quindi “eleggiamo” quale nostro angolo di degustazione “privato” la sala che accoglie i tonneaux. L’ambiente è raccolto ed in poco spazio ben distribuito sintetizza tutto ciò che è necessario per produrre vino qualità con passione.

Tommaso Luongo, Delegato Ais Napoli, apre le danze con la degustazione del Caprettone Brut, figlio di un progetto di spumantizzazione metodo classico che ha portato Massimo in Franciacorta a sperimentare tutte le fasi utilizzando questo vitigno autoctono per il quale si denuncia l’impossibilità di degustarlo in purezza, ma Massimo ci offre proprio questa opportunità preclusa a molti a meno che non siano disposti a venire qui ed a vedere con i propri occhi e a sperimentare con tutti i sensi l’unico caso di spumantizzazione con metodo classico alle pendici del Vesuvio.

Caprettone brut, trenta mesi sui lieviti ed ha una bevibilità elevata per la quasi assente di tutte le interferenze che hanno i lieviti nella loro vitale funzione: crosta di pane, pasticceria, elementi caratteristici che però appesantiscono il sorso cedono qui il passo in favore di una nota fragrante, croccante di frutta e di fiori estremamente riconoscibile, è comprensibile la meraviglia delle persone che lo assaggiano poiché i nostri parametri sensoriali non riescono ad incastrarlo in un modello, più che ad un Franciacorta, terra dalla quale parte il progetto di spumantizzazione, lo potremmo assimilare ad un Trento Doc perché ha un’acidità importante dall’inizio alla fine, che prevale in tutto l’assaggio con sfumature montane, il Caprettone ha una forza di freschezza ed eleganza, un naso con sfumature floreali, fruttate e freschezza di sorso con acidità importante, è talmente fresco che la lunghezza di bocca è un po’ tagliata dall’acidità preponderante che innesca un taglio della persistenza; da un 30 mesi ci si aspetta una persistenza maggiore, va sperimentato l’ abbinamento per questa sua caratteristica acidità e freschezza.

Ernesto Lamatta, Sommelier e Degustatore ufficiale Ais, ci introduce alla Falanghina “Campanelle” IGT 2013 che, all’olfatto oltre a fruttato e floreale presenta una base minerale che la rende molto interessante, in bocca ritornano le note fruttate e floreali e questo fondo minerale. Una falanghina fuori dagli schemi che si esprime in modo peculiare grazie alla spiccata nota minerale che attinge proprio dalla vulcanicità del terreno. Il nome della Falanghina “Campanelle” rievoca il territorio e la posizione della vigna dalla quale si è con la mano sopra Punta Campanella, sembra di poter toccare le protuberanze della Punta, altro scenario di grande fascino di impronta quasi mitologica.

Il 2013 Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Munazei Doc a base di Caprettone in purezza con richiami di pietra focaia al naso, ricordi agrumati di bergamotto e note di asparagi, salvia e altre erbe aromatiche, maggior struttura rispetto alla Falanghina assaggiata in precedenza e un’acidità che va alla ricerca di una “morbidezza” che controbilanci e armonizzi le durezze della freschezza che caratterizza il vino. Il Vesuvio anche qui fa sentire le sue inconfondibili note.

Il 2013 Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Munazei Doc a base di Piedirosso ed Aglianico. Premesso che il Piedirosso è a se stante, uscendo un po’ fuori dall’immaginario collettivo, Massimo manifesta il desiderio di una maggiore corposità per questo Piedirosso beverino e ci spiega che, nonostante non sia un gran vino (un vino dal quale ci si può aspettare un’elevata corposità, persistenza e struttura, la valutazione riguarda in effetti una tipologia di vino diversa da quello prodotto con Piedirosso, non la qualità intrinseca del vitigno e della sua potenzialità) “un 5/6 mesi di affinamento gli avrebbe fatto bene”- dice Massimo – “poiché sembra essere un “pelo” magro” rispetto alla sua “potenzialità”. Nulla da eccepire sulle intenzioni di un produttore di vino che tende al miglioramento continuo anche attraverso la sperimentazione, ma si accende il dibattito e Franco De Luca, noto sostenitore del Piedirosso, ci offre il punto di vista di chi il vino lo vive nella dimensione pragmatica degli abbinamenti. “Quella che viene definita magrezza” – sostiene Franco De Luca – “è il punto di  forza del Piedirosso e non il suo “Tallone d’Achille” ciò che distingue i vini prodotti con questo vitigno è la semplice eleganza del Piedirosso, il colore luminoso che si fa guardare con piacere, il naso che regala sentori di piccole bacche rosse e geranio, in bocca il vino dona acidità e sapidità ed un corpo medio che si presta alla versatilità negli abbinamenti”,  questo lo rende interessante e non ne fa un vino adatto allo sposalizio con molte pietanze. Per chiarire il concetto, per i non addetti ai lavori, si parla di micro differenze tra il 2014 e il 2013, il 2014 per una serie di caratteristiche legate a vari fattori ha un corpo diverso, un pelo più importante ma decisamente si tratta di differenze minime frutto dell’essere esigente ed alla ricerca del miglioramento continuo per offrire al consumatore il massimo che il vitigno ed il “terroir” possono dare.

Il 2013 Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Riserva Don Vincenzo Doc offre situazione tannica piuttosto giovanile, servito ad una temperatura fredda che aumenta le durezze, avremmo dovuto trovare un tannino “ostile” per un Aglianico, invece, il tannino è setoso e gentile ed accarezza il palato, si tratta di “gentilezze” offerte dal territorio poiché il tannino è maturato in vigna, i polifenoli erano già arrotondati e non è tanto il legno che lo ha modellato, la maturazione del tannino ha dato struttura ma non sensazioni di astringenza tali da rilevare un tannino “scontroso” tipico dei vini giovani irpini. Questo Aglianico ha una marcia in più, il mare lo ingentilisce, lo dota di una mineralità e una nota che lo rende più raffinato, meno rustico degli Aglianici del Vulture.

Il Don Vincenzo, dedicato al padre di Massimo chiude la nostra degustazione, ci congediamo per ora, con l’intenzione di ritornare a passeggiare tra i filari di viti quando saranno ricoperti di piccoli grappoli e tutto sarà percorso da una piacevole brezza primaverile, due citazioni ci sembrano calzanti per la modalità “pause” rispetto alle nostre incursioni sul Vesuvio:

Marziale (I sec d.C.) scrisse: «Haec iuga quam Nysae colles plus Bacchus amavit» – Bacco amò queste colline piú delle native colline di Nisa – e come dargli torto!!!

Curzio Malaparte che nel suo romanzo La pelle (1949) per parlare del vino del Vesuvio si riaffaccia scrive: «… sfuma in soavissimi aromi di erbe selvatiche, ha il colore misterioso del fuoco infernale, il sapore della lava, dei lapilli e della cenere che seppellirono Ercolano e Pompei; bevete, amici, questo sacro antico vino».

…. il viaggio continua alle pendici del Vesuvio, prossima tappa Cantine Villa Dora

Recensione a cura di Dèsirèe Piccoli