Giacomo Borgogno: dal 1761 il Barolo di Barolo

22 Set Giacomo Borgogno: dal 1761 il Barolo di Barolo


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Da Bene Vagienna, dov’è il nostro campo base, per raggiungere Barolo, c’è da percorrere una strada e “saltare” un poggio. Lungo la via, una serie di autovelox sembrano dire: “rallenta …… connetti il tuo battito al ritmo di ciò che ti circonda …… natura a perdita d’occhio”. Una natura che l’uomo ha saputo veicolare in un bicchiere, attraverso un prodotto che nasce da una vite, ma che non sarebbe tale se non con un atto antropico: il vino …… Barolo. È come l’uomo, se tenuto in piena forma e senza acciacchi, anche quest’ultimo è capace di esprimere, invecchiando, il meglio di se.

Saltato il poggio, in basso, su un piccolo sperone si adagia il nucleo urbano. Le prime notizie certe risalgono al gastaldato di Diano, in epoca longobarda e quindi altomedioevale. Il nucleo originario dell’attuale castello dei Marchesi Faletti fu eretto per volere di Berengario I e ancora nel 1200, l’appellativo “Villa” a cui segue la dicitura Barogly, sta ad indicare un piccolo insediamento, probabilmente di servizio al castello. Come per Verduno, anche Barolo passa ai Savoia con il trattato di Cherasco del 1631 e diventa Marchesato nel 1731.

L’abitato si dipana attorno alla centrale Via Roma, ovvero la “Via Montenapoleone” del vino. Lungo il suo percorso, si incontrano le aziende produttrici della zona e là, dove la strada confluisce in una piccola piazzetta, c’è la sede storica dell’azienda Giacomo Borgogno, meta finale della nostra visita.

Il nebbiolo è un vitigno coltivato da sempre in quest’area del Piemonte, da tempo immemore viene utilizzato nei processi di vinificazione ma, solo con il grande impegno della marchesa Giulia Colbert Faletti (alla quale è dedicata la piazza principale di Barolo) raggiunge livelli qualitativi tali da poter essere diffuso presso tutte le corti europee a metà dell’800.
Da allora, il vino entra a far parte della vita di ogni cittadino di Barolo; produttore o meno, il concetto di “annata” acquisisce la totale centralità nella vita di ogni barolese. Tutti sanno che l’economia locale dipende esclusivamente dalla capacità di capitalizzare le fortune derivanti dalla produzione di questo prodotto.

Dicevamo di Borgogno, scelta tra le innumerevoli aziende che fanno capolino sulla Montenapoleone di Barolo, perché rappresenta la storia del comune piemontese e del vino che vi si produce. Da qualche anno, l’azienda è entrata a far parte della galassia imprenditoriale del “guru” Oscar Farinetti, anche se la sua storia è plurisecolare.

Nasce come azienda agricola nel 1761, fondata da Bartolomeo Borgogno, tramutandosi in azienda vitivinicola solo successivamente grazie al figlio Giacomo.
In quella fase, siamo nella prima metà dell’800, i prodotti dell’azienda acquisiscono immediato successo tanto che i Borgogno, nel 1848, ricevono l’incarico di fornire il vino al Collegio per i figli degli ufficiali dell’Esercito Sabaudo a Racconigi. Dalla seconda metà dell’800, l’azienda ottiene nuovi successi e la crescita qualitativa del suo Barolo è esponenziale. Il vino con etichetta Borgogno è presente: ai festeggiamenti per l’unità d’Italia nel 1861, e una delle bottiglie aperte in quell’occasione è ancora conservata in una teca, nelle cantine dell’azienda; al banchetto in onore dello Zar Nicola II di Russia, durante la sua visita al Castello di Racconigi.

In tutta la prima parte del ‘900, sotto la guida di Cesare, viene consolidata l’immagine di azienda classica del Barolo, conquistando numerosi mercati internazionali, impostando un lavoro di ristrutturazione e ampliamento delle cantine di vinificazione. Proprio in quegl’anni viene presa la decisione di accantonare circa il 20% di ogni grande annata di Barolo per farla maturare almeno 20 anni nella propria bottiglia.

Il 2008 segna un’altra significativa tappa nella storia di Borgogno: l’azienda viene rilevata dalla famiglia Farinetti. L’anno successivo si completa l’importante ristrutturazione dell’edificio principale che è riportato al suo aspetto originario; nel rispetto della tradizione non vengono modificate le storiche cantine del 1761.

Durante la visita, ci viene fatto notare che il punto di partenza dell’intera filosofia aziendale è il riconoscimento della grande storia dei Borgogno e del loro vino. Farinetti non ha fatto altro che dare continuità alle storiche politiche aziendali, confermando, all’acquisto del marchio, anche tutti i dipendenti dell’azienda.Elogio all’invecchiamento, salvaguardia della tradizione, cura e tutela del contesto in cui si opera, sono queste le pietre angolari alla base della piramide aziendale.

Elogio all’invecchiamento che si traduce in elogio alla pazienza, la stessa che occorre nella produzione del Barolo, che a Borgogno prevede un ulteriore anno di affinamento, rispetto ai minimi richiesti dal disciplinare, prima della commercializzazione. Una sfida lanciata ai mercati, con l’intento di dimostrare la impareggiabile espressività del proprio prodotto, anche a decenni di distanza dalla relativa vendemmia. E durante la visita, ci vengono mostrate le cataste, divise per anno, delle migliori annate, stoccate per essere commercializzate solo a distanza di 30 – 40 anni dalla produzione.
Borgogno, come detto, è anche sinonimo di tradizione e valorizzazione di un marchio e di una filosofia che dura da secoli. Nel 2009, la struttura, sede dell’azienda, è oggetto di un ampia ristrutturazione tesa al recupero dell’immagine ottocentesca del fabbricato. E, sempre nel solco della tradizione, viene recuperato l’uso dei silos di cemento nella produzione del Dolcetto d’Alba, pratica che era stata accantonata sul finire degli anni 60.

L’azienda produce soltanto i vini tradizionali del Piemonte, Dolcetto d’alba, Barbera D’alba, Langhe Freisa, il Langhe Nebbiolo e il Barolo che rimane il vino principale della Casa, con circa 60.000 bottiglie prodotte all’anno, suddivise per le 5 differenti referenze, Barolo Borgogno, Barolo Liste, Barolo Cannubi, Barolo Fossati, Barolo Riserva. Senza dimenticare il Barolo Chinato, prodotto secondo un’antica ricetta di casa Borgogno, ottenuto avendo come vino base un Barolo riserva (con almeno sei anni d’invecchiamento).

Al netto dell’intera filosofia Borgogno, non poteva mancare l’apporto dell’attuale proprietario in termini di marketing. Nasce il “No Name”, ovvero un vino di protesta al rigido e pachidermico sistema burocratico italiano, ed in particolare quello del vino.

La visita si conclude con una ricca degustazione delle annate “riserva” 1999, 2003, 2006 e 2007; a questo punto, forse per premiare la grande curiosità mostrata durante il percorso di visita, nonché la piacevole chiacchierata sui vini degustati, ci viene fatto un regalo, la degustazione dell’annata 1967.
Un vino di 47 anni, per provare che “l’elogio all’invecchiamento” non è solo una trovata di marketing, ma una solida realtà. Nel bicchiere i riflessi sono aranciati e la luce che penetra perforando il liquido scarico di pigmenti, rende il tutto brillante. La struttura è ancora più che solida, con il proprio meglio rappresentato da un naso freschissimo, floreale, di grande fragranza, con una liquirizia ai limiti dello spettacolare, con un gusto non pienamente rotondo che esprime ancora una piacevole sapidità e una persistenza tendente all’infinito, coinvolgente a tal punto, da persuaderci di sentirne l’essenza ancora ore dopo la degustazione.

A cura di Antonio Russo