Fiano di Avellino vs Chenin Blanc del Sud Africa

15 Lug Fiano di Avellino vs Chenin Blanc del Sud Africa


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IV Laboratorio del vino: Fiano di Avellino a confronto con Chenin Blanc del Sud Africa
Wine Fredane 12 luglio 2015

“Degusto ergo sum” è il nostro motto ma non tanto per la ricerca di una distinzione di merito quanto la ricerca di una distinzione volta all’apertura, al confronto ed alla ricerca per dissipare la sete di conoscenza.

Sotto il cielo stellato di una Montefredane di inizio estate si beve Fiano di Avellino, ed è giusto che sia così, ma guardando alla vocazione internazionale del vitigno si va alla ricerca di “cugini” vicini, ed in questo caso lontani, come lo Chenin Blanc sud africano.

Domenica 12 luglio 2015 alle 21,30 presso la Tenuta Ippocrate all’interno del Wine Fredane, kermesse di ampio respiro giunta alla IV Edizione, si è tenuto un “wine lab” ricco di spunti di riflessione che vogliamo condividere con tutti i discettatori.

Intanto è d’obbligo una piccola introduzione sull’Associazione Wine Fredane.

WineFredane è un’associazione, nata dall’idea di un gruppo di giovani esperti ed enoappassionati i cui obiettivi sono la promozione del territorio irpino e campano e la valorizzazione della cultura del vino attraverso una serie di attività che vi invitiamo a scoprire nel sito istituzionale: http://www.winefredane.it/

Sia il Fiano che lo Chenin sono uve molto resistenti che si adattano bene a diversi terreni e a diverse condizioni pedoclimatiche. Con lo Chenin si ottengono diverse tipologie di vini, nelle migliori interpretazioni quest’uva è capace di produrre vini con interessanti qualità organolettiche, dai vini secchi a quelli dolci e muffati, e perfino vini spumanti.

La base ampelografia del vino a D.O.C.G. Fiano di Avellino è caratterizzata essenzialmente dall’antica varietà Fiano in purezza e per una percentuale massima del 15%, secondo disciplinare, sono ammesse altre uve. Inoltre, non è un caso che il disciplinare ammetta la menzione APIANUM (definita classica), in quanto secondo accostamenti accreditati in un remoto passato (Columella, Plinio) le antenate del Fiano sarebbero le uve apianae, quelle uve di cui andavano ghiotte le api.

In realtà è più verosimile ipotizzare, secondo recenti analisi più critiche del passato, che il termine Fiano derivi da un toponimo, cosa che ci fa riscoprire il fascino di origini leggendarie legate a colonizzazioni derivanti da popoli provenienti da zone con civiltà più raffinate ed evolute. La tesi più accreditata afferma che siano stati i coloni pelasgi provenienti dal Peloponneso – l’antica Apia – a portare in Campania un vitigno che in seguito prese il nome di vite apiana.

Considerato fin dall’antichità uno dei vitigni più nobili e richiesti della Campania, lo ritroviamo citato nei registri di acquisto della corte di Federico II e in un’ordinanza del re di Sicilia Carlo II d’Angiò, in entrambi i casi, il Fiano era considerato un vitigno che non poteva mancare nel patrimonio vitivinicolo reale, consolidando così la sua fama ed il suo prestigio nei banchetti dei nobili.

Ritornando al disciplinare, la zona di produzione della D.O.C.G. comprende 26 comuni nella provincia dell’antica Abellum; ma la culla del Fiano pare sia stata Lapio (l’antica Apia, in ricordo della terra d’origine dei coloni pelasgi), piccolo comune poggiato sulle sinuose colline dell’Irpinia a 600 metri sul livello del mare.

La capillare colonizzazione del territorio da parte del vitigno è la storia di un equilibrio simbiotico, di un’armonia quasi divina, nata tra il Fiano e l’Irpinia che un’analisi empirica coglie senza ombra di equivoco nell’assaggio di un bianco di grande finezza olfattiva i cui principali descrittori sono: mela, pera, nocciola e miele, aromi preservati da sapienti produttori nel faticoso cammino dell’acino dalla vigna al calice grazie alla grande cura nel raccogliere e vinificare le uve sane ed incorrotte.

Nasce nella Valle della Loira con il nome di Pineau de La Loire e trova il suo territorio di elezione nella Valle della Loira tra Bois e Savannières. Ma lo Chenin Blanc, nome con il quale in vitigno è diffuso in tutto il mondo e soprattutto in Sud Africa e negli Stati Uniti, ha tra i suoi pregi la caratteristica di adattarsi a diversi suoli e condizioni climatiche offrendo in ciascun territorio espressioni diverse tutte accomunate da elevata acidità, caratteristica che lo rende idoneo a lunghi periodi di affinamento in bottiglia e lo mette in competizione con il Riesling, considerata l’uva a bacca bianca più longeva al mondo. Utilizzato in passato soprattutto per la produzione di vini ordinari, solo attualmente sta venendo alla ribalta dello scenario enologico mondiale.

Nato ai piedi del Mont-Chenin, nel distretto di Touraine, l’acidità che il vitigno mantiene sie nelle zone fresche che nelle zone calde ha portato il vitigno lontano dalla sua zona di origine dove è riuscito ad ambientarsi e a dare risultati in alcuni casi molto equilibrati ed armonici. Elevata acidità ma anche concentrazione zuccherina e tasso alcolometrico caratterizzano i vini prodotti con Chenin Blanc in tutto il Vecchio e Nuovo Mondo.

Gli Chenin in assaggio nel wine lab provengono da Paarl e da Wellington ma la regione dove viene coltivato il 90-95% di Chenin è Western Cape.

La storia dell’enologia sud Africana ha inizio verso la metà del 1600 ad opera di quello che è da tutti considerato come il padre della vitivinicoltura del Sud Africa: Jan van Riebeeck. Nell’intento di realizzare un punto di ristoro e di sosta per le navi della Compagnia delle Indie Olandesi in rotta verso i paesi dell’estremo oriente, questo zelante trentatreenne chirurgo olandese, non aveva nessuna nozione né di viticoltura né di pratiche enologiche, tuttavia intuì la necessità di fare trovare vino e distillati agli equipaggi in sosta a Capo di Buona Speranza, che avrebbero senz’altro gradito. Fece quindi arrivare dalla Francia, non è certa l’esatta zona di origine ma con molta probabilità si trattava di Chenin Blanc e Moscato d’Alessandria, alcune viti da piantare nel Sud Africa e, finalmente, dopo diversi tentativi andati male a causa di incendi appiccati ai vigneti da parte delle popolazioni locali oltre ai famelici passeri ghiotti di chicchi d’uva, nel 1659 si registra la prima produzione di vino in Sud Africa.

Nel diario di Jan van Riebeeck, nella data del 2 febbraio 1659, si trova scritto «oggi, sia lodato il Signore, per la prima volta abbiamo fatto vino con le uve del Capo». L’esultanza è certamente comprensibile, tuttavia un cronista dell’epoca ricorda che il vino era incredibilmente astringente, buono solamente per “irritare l’intestino”, non da ultimo, il vino spedito in Olanda veniva spesso rifiutato e rimandato al mittente. Nonostante lo scarso favore e, a quanto pare, i poco incoraggianti risultati dei primi esperimenti, la strada per l’enologia del Sud Africa era stata tracciata e c’era sicuramente ampio spazio per i miglioramenti.

Un immediata spunto per il confronto ce lo offre la vista dei grappoli e la loro reazione in fase di maturazione: il Fiano tende a diventare dorato verso la vendemmia mentre lo Chenin rimane più verde, sono entrambi molto vigorosi, il Fiano ha una buccia più spessa dello Chenin, la buccia del Fiano tende a diventare rossiccia ed in alcuni casi è necessario spostare il fogliame per aereggiare il grappolo.
Il Fiano è un’uva che si adatta anch’essa a tante tipologie di terreni, la troviamo in Sicilia in Puglia e Campania e lo Chenin ugualmente si adatta a diversi contesti e quindi si cercano punti di incontro e differenze. Lo Chenin sicuramente è un’uva più acida che darà luogo a vini più freschi ma l’elevata concentrazione di alcol che caratterizza i vini prodotti con Chenin va ad equlibrare l’elevata freschezza.

Il wine lab procede con le seguenti etichette in assaggio

1 – Ayama Chenin Blanc 2013
all’esame visivo il colore si presenta scarico con riflessi verdolini a testimonianza dell’elevata freschezza, i sentori sono varietali, tipici del vitigno nelle sue espressioni più giovani e fresche, citrine e saline, in particolare non appena leggermente ossigenato; la sapidità era abilmente coperta dall’alcol ma non appena l’alcol sfuma il vino presenta un’interessante mineralità. Dopo qualche minuto lo spettro olfattivo vira verso un floreale evoluto, ed addirittura note eteree. L’ossigenazione l’ha fatto cambiare rapidamente cosa che fa suppore che non regge il calore e l’invecchiamento come si potrebbe pensare prendendo in considerazione l’elevata acidità.

2 – Carpe Diem Chenin Blanc 2014
Le uve sono state vendemmiate a marzo dello scorso anno, parte del mosto fa fermentazione in legno e altra parte fa acciaio, il mosto poi viene assemblato e sosta sulle fecce per almeno nove mesi. Il colore è leggermente meno scarico ma non assume tonalità calde, tende leggermente al paglierino. Al naso si coglie subito la nota del passaggio in legno poichè i profumi sono addolciti e la parte alcolica è mitigata rispetto al vino precedente. La nota sapida è scomparsa quasi del tutto ed è coperta dal passaggio in legno. Conviene ritornarci per verificare tra qualche minuto se lo spettro olfattivo è soggetto a cambiare.

Il filo conduttore nei due vini è dato dalla frutta tropicale, dalla nota agrumata anche se lo chenin che ha fatto passaggio in legno ha una nota che addolcisce l’assaggio. Il Carpe Diem andava ossigenato per far sfumare il sentore legnoso. La tostatura è molto leggera, si tratta di un legno a media tostatura di derivazione francese.

3 – Nabygelegen 2013
fermentazione in legno, maturazione in barrique francese vecchia prima dell’ imbottigliamento (barrique di secondo o di terzo passaggio). Il legno è molto più presente. Si accentua la nota mielosa dovuta alla fermentazione del vitigno a contatto del legno, si capisce che è un legno già utilizzato, la freschezza vivacizza l’assaggio e consente di giocare con l’affinamento e sperimentare l’evoluzione del vino e le variazioni aromatiche

4 – Fiano Vadiaperti 2014
Rispetto ai sudafricani, un pò “aggressivi” e dai caratteri spigolosi, e con note per certi versi slegate, il Fiano ha una maggiore eleganza, minore acidità cosa che lo rende più armonico e che si caratterizza per una maggiore coesione delle parti. Anche il Fiano si presta all’invecchiamento, il colore va più verso il dorato. A livello olfattivo, nei primi tre c’era nota citrina spiccata e nota alcolica, il Fiano è più complesso nelle sue note floreali e fruttate, non evolute ma che si distinguono per una maggiore eleganza e finezza.

5 – Fiano Bellaria 2014
di colore più scarico, il filo conduttore tra il 4 ed il 5 è l’eleganza e la finezza, una complessita di aromi che inizialmente non erano emersi ma che caratterizzano l’olfatto. Al gusto presenta un’acidità minore rispetto agli Chenin, anche se comunque potrà ancora invecchiare

6 – Fiano Tenuta Ippocrate 2012
bel giallo paglierino con riflesso dorato, olfattivo maggiori note terziarie, spezie, miele, frutta cotta, confettura, nocciole, i tratta di un prodotto che ha una maggiore evoluzione ed affinamento, con la sua caratteristica nota tostata di nocciola e mandorla, il passaggio alla tostatura si ha dopo i primi due anni di affinamento dopo il 5 anno si va ancora verso note più evolute che lo arricchiscono nella complessità e nel bouquet

A cura di Désirée Piccoli